martedì 17 settembre 2013

Film da vedere: Captain Blood (1935) di Michael Curtiz

Il dottor Peter Blood (Errol Flynn), dopo avere soccorso e medicato un ribelle, ferito gravemente durante una battaglia per spodestare Giacomo II di Bretagna, viene arrestato e ingiustamente accusato anh'egli di sovversione. Condannato per alto tradimento, viene spedito con altri prigionieri a Port Royal, dove diventa uno schiavo e sottoposto ai lavori forzati. Comprato da Arabella Bishop (Olivia DeHavilland), figlia di un colonnello e infatuata di lui, diviene il medico personale del governatore dell'isola, riuscendo in seguito a fuggire assumendo l'identità del pirata Capitan Blood. Dopo numerose avventure, riuscirà a riottenere la libertà, e a conquistare la ragazza.
Diretto da Michael Curtiz con stile e passione e interpretato splendidamente da un Errol Flynn che qui mette in luce tutte le sue doti di attore, riuscendo a trasmettere al pubblico un eroe sfacciato e arrogante che non ci pensa due volte prima di dire la sua, Captain Blood è una tra le migliori pellicole di cappa e spada e il primo grande film interpretato da Flynn, per la prima volta sullo schermo assieme alla de Havilland, con cui avrebbe lavorato in seguito in altri sette film, costruendo una delle coppie professionali più memorabili e apprezzate della storia del cinema.     
Sorretto dalle musiche di Erich Wolfgang Korn e da una sceneggiatura avvincente di Casey Robinson basata sul romanzo di Rafael Sabatini, è un film che dona non solo l'evoluzione completa di un personaggio tutto d'un pezzo da medico a pirata, ma anche spettacolo e intrattenimento puro, grazie a una costruzione della storia avvincente, che vede nel suo protagonista il principale trascinatore. 
Impossibile infatti non rimanere catturati dalla recitazione di Flynn, che in questa pellicola non si ferma mai un momento, fornendo un "effetto trascinamento" davvero grandioso.
Accanto a lui c'è ovviamente da sottolineare l'apporto della De Havilland, una delle più grandi attrici di Hollywood, che qui interpreta un personaggio femminile dal sorriso abbagliante e dalla bellezza folgorante, al tempo stesso riflessivo e prudente, ovvero l'esatto contrario dell'avventuroso e scanzonato Peter Blood. 
E' in questa coppia, che in seguito avrebbe cementato la propria unione professionale con il classico e indimenticabile Robin Hood, che vi è un altro degli elementi vincenti di questo film, oltre all'avventura con la "A" maiuscola, resa perfettamente dalle scenografie che, seppur artiglianali, sono ancora dopo molti anni efficaci nel trasmettere allo spettatore le sensazioni dei luoghi in cui i personaggi vivono le proprie vicende.
Un classico e perfetto esempio di film avventuroso, quindi, da non perdere e da guardarsi un sabato sera, seduti tranquillamente sul divano, con la voglia di farsi trascinare per i mari con Capitan Blood e la sua ciurma.
         

domenica 28 luglio 2013

Film da vedere: La Furia Umana (1949) di Raoul Walsh

Lo spietato e folle Cody Jarrett (James Cagney), capo di una banda di cui fa parte anche la madre, a cui è legato da un affetto quasi morboso, per sfuggire all'accusa riguardante l'assassinio di quattro persone durante una rapina a un treno, si costituisce accusandosi di un altro furto. Condannato a tre anni di carcere, come da lui programmato, non sa di essere stato affiancato in cella da Hank Fallon (Edmund O'Brien), un agente sotto copertura incaricato di diventarne amico e carpirne i segreti. La precipitosa e inaspettata fuga dal carcere del gangster metterà a rischio la vita del poliziotto, costretto a seguire Jarrett pur di smascherare i piani riguardanti il suo prossimo colpo, diventando testimone della mente malata di un folle criminale. Fino al tragico finale.
Da una sceneggiatura di Ivan Goff e Ben Roberts a sua volta basata sul romanzo omonimo di Virginia Kellogg, uno dei migliori film di gangster mai realizzati. Teso, compatto e avvincente dall'inizio alla fine, si ricorda per via della memorabile interpretazione di James Cagney, in uno dei migliori ruoli della sua carriera. In 109 minuti di pellicola l'attore ci trascina nella mente di Cody Jarrett, un uomo senza scrupoli permeato di violenza e rabbia, una bomba pronta a esplodere ogni secondo in quella che appare come una tra le più complesse, uniche e sfaccettate figure di gangster mai apparse nella storia del cinema.
In ogni sguardo, in ogni movimento raffigurato da Cagney, è praticamente impossibile non rimanere colpiti dall'impronta di follia che esso riesce a imprimere nel personaggio, visibile non solo nel rapporto di Cody con la madre o nelle frequenti emicranie che lo colpiscono nel corso della pellicola (simbolo della sua mente malata) ma anche in singole sequenze ancora oggi irraggiungibili per impatto, come quella nella mensa del carcere quando il criminale riceve la notizia della morte della genitrice, o come la sequenza finale, dove Cody raggiunge finalmente la tanto agognata "vetta del mondo" in maniera tragica.
            
Il tutto viene mantenuto saldo e compatto grazie alla mano ferma di Walsh che, coadiuvato dalle incalzanti musiche di Max Steiner e dalla fotografia di Sid Hickox, trascina lo spettatore nella visione di questa pellicola senza mai dimostrare un attimo di stanchezza, grazie anche a un cast variegato in cui oltre a Cagney, sono da ricordare Margaret Wycherly nel ruolo di Ma Jarrett, la sempre bellissima Virginia Mayo in quello della opportunista e vigliacca Verna, e soprattutto Edmond O'Brien nella parte di Hank Fallon/Vic Pardo, ottimo co-protagonista di fronte a un James Cagney in stato di grazia.

   
A più di 60 anni dalla sua uscita nei cinema, La Furia Umana è ancora oggi uno dei capisaldi del genere, un mix di violenza e follia, di morbosità e rabbia difficili da trovare in altri film dell'epoca, e permeato di un realismo senza fronzoli che ne fanno un capolavoro da vedere e rivedere.

Frasi memorabili:
"Ci sono Mà! Sulla vetta del mondo!!"
"Cody Jarrett...finalmente ha raggiunto la vetta, ma il mondo gli è scoppiato sotto i piedi..."
 

sabato 15 giugno 2013

Film da vedere: ...E la Vita Continua (1950) di Jean Negulesco

Borneo, 1941: dopo l'invasione da parte dell'esercito giapponese, i cittadini inglesi e americani vengono fatti prigionieri e rinchiusi in campi di concentramento, ma dividendo gli uomini dalle donne e i bambini. Tra questi vi è Agnes Newton Keith (Claudette Colbert), il figlioletto George (Mark Keunig) e il marito Harry (Patric Knowles) che gli eventi della guerra finiranno per separare. Alla fine si ritroveranno, ma dopo quattro lunghi anni di sofferenze, speranze e drammi.
Tratto dal romanzo autobiografico di Agnes Newton Keith, pubblicato solo tre anni prima, e adattato per lo schermo da Nunnally Johnson, ...E la vita continua è un dramma denso e compatto sull'odissea nei campi di internamento giapponesi, ma anche e soprattutto sul coraggio di una moglie e madre, e la lotta per la sopravvivenza fisica e psicologica nei confronti dei continui soprusi dei propri carcerieri, il cui unico obiettivo era seppellire qualsiasi barlume di speranza.

Ed è proprio la speranza il sentimento principale a cui si aggrappa con forza la protagonista, splendidamente interpretata da Claudette Colbert, la quale sorregge il film con il ritratto di una donna determinata che non si piega nemmeno davanti alla tortura dopo aver osato denunciare l'aggressione da parte di un ufficiale giapponese.
E' in queste sequenze, che la Negulesco affronta in maniera abbastanza cruda per la cinematografia dell'epoca, che è racchiuso il realismo di una pellicola in cui, giorno per giorno, viene descritta la sofferenza della guerra e della prigionia. Un conflitto che colpisce tutti, nessuno escluso. E' in questo quadro che si inserisce la figura del colonnello Suga (Sessue Hayakawa), ufficiale giapponese mite e caritatevole, forse l'unico barlume di umanità dei carcerieri, ritratti per la maggior parte delle volte come persone prive di qualsiasi civiltà, obnubilate da un contradditorio senso dell'onore che punta solamente a reprimere e maltrattare donne indifese.    
Per la Agnes interpretata dalla Colbert, il colonnello Suga rimane, fino alla fine della pellicola, in maniera quasi surreale visti gli eventi e la situazione, l'unico appiglio verso l'umanità e quindi verso la speranza. Una umanità sottolineata anche dalla straziante sequenza dove questi, dopo aver saputo di aver perso tutta la famiglia in un bombardamento, invita alcuni dei bambini del campo (tra cui il figlio della protagonista) nella propria residenza, offrendo loro qualsiasi cosa vogliano, osservandoli e lasciandosi andare in un pianto liberatorio. E' questo un pianto disperato di sconfitta a cui si contrappone quello gioioso della protagonista nella bellissima e tesa scena finale, dove la speranza viene lasciata, sino all'ultimo momento, appesa a un filo.
Una pellicola da riscoprire quindi, come da riscoprire è la grandiosa interpretazione della Colbert, qui in uno dei ruoli migliori della sua carriera.

Film da vedere: L'Avventura Impossibile (1942) - Di Raoul Walsh

In missione sopra la Germania, con l'obiettivo di distruggere una linea ferroviaria, un bombardiere britannico viene abbattuto dalla contraerea tedesca. Vengono catturati in cinque: l'australiano Forbes (Errol Flynn), l'americano Hammond (Ronald Reagan) il canadese Forrest (Arthur Kennedy), lo scozzese Edwards (Alan Hale) e l'inglese Hollis (Ronald Sinclair). Riescono subito a fuggire rubando anche dei piani segreti, affrontando mille pericoli e la tenacia di un ufficiale nazista implacabile (Raymond Massey) pur di ritornare in Inghilterra. Alla fine si salveranno in tre, ma riusciranno nel loro intento.
Assieme a Obiettivo Burma dello stesso regista, L'avventura impossibile è una tra le migliori pellicole di guerra mai realizzate a Hollywood, ma con la differenza che, dopo ben 107 minuti appassionanti di colpi di scena, fughe rocambolesche, sabotaggi, umorismo (ma anche tragedie), sembra di avere assistito alla visione di una sorta di "film di cappa e spada bellico" in cui la guerra viene vissuta come un avventura giocosa dove rischiare il tutto per tutto, in un turbinio coinvolgente da cui è impossibile non rimanere affascinati, soprattutto se si è fan del genere. Sorretto da una sceneggiatura avvincente e senza sbavature scritta da Arthur T. Horman, Walsh costruisce un film tutto d'un pezzo in cui ancora una volta sono i personaggi e le loro caratterizzazioni a colpire l'anima e il cuore dello spettatore, grazie a un cast perfettamente amalgamato dove tutti gli interpreti riescono ad avere il proprio spazio, in cui il gioco di squadra e l'unione dimostrata in ogni avversità è uno dei sinonimi vincenti dell'intera pellicola.       
Difficile infatti non rimanere catturati dalla spavalderia e dal coraggio dimostrato da un Flynn sempre a suo agio in parti del genere, o dalla simpatia di un Ronald Reagan qui davvero magnifico, in quello che appare certamente come uno dei ruoli più memorabili della sua non eccelsa carriera cinematografica, a cui fa da contraltare un Arthur Kennedy idealista e misurato, mentre Alan Hale racchiude nel "nonnetto" Edwards alcuni dei momenti migliori e più divertenti dell'intera pellicola. 
E così seguiamo questi eroici aviatori non solo durante la loro fuga dal perfido maggiore Otto Baumeister, ribattezzato dal gruppo "Pugno di ferro", ma anche quando impadronitisi di alcune divise tedesche attaccano e distruggono una azienda chimica, per poi continuare a scappare attraverso il territorio nemico affrontando però anche le tragiche conseguenze delle loro scelte, come la morte del più giovane di loro. Walsh infatti non dimentica la parte seria del film, riuscendo sapientemente a bilanciare il tono scanzonato con le giuste atmosfere drammatiche.
In tutto questo trambusto, il regista riesce anche a infilare una piccola nota romantica (velata con più di un accenno propagandistico), quando inserisce nella storia una giovane ragazza tedesca (una incantevole Nancy Coleman), la quale fornisce ai cinque tutto l'aiuto possibile, ricordando come in Germania ci siano ancora persone che lottano per la libertà e contro la tirannia. Una sottolineatura dovuta per un film girato quando ancora la guerra era in corso, ma che non stona affatto con l'intero impianto narrativo.
Una mirabolante pellicola bellica quindi, da seguire dall'inizio alla fine, e in cui anche alla conclusione non si può che rimanere colpiti dalla frase di Forbes (Flynn), che racchiude al suo interno tutta la potenza di uno dei migliori film bellici mai realizzati: "Però, come è diventata monotona la guerra".

martedì 11 giugno 2013

Il block notes di Frank Carter...

Come alcuni di voi sapranno, dal 2009 scrivo la striscia avventurosa Frank Carter, disegnata dal bravissimo Fortunato Latella. Al momento, la serie è momentaneamente sospesa nel mezzo della sua terza avventura, in quanto io e Fortunato stiamo scrivendo e disegnando nuove strisce che ci permettano di fare "magazzino" e portare alla conclusione l'attuale storyline.
Nel frattempo, vi mostro un paio di immagini del block notes di Frank Carter, ovvero il piccolo opuscoletto che uso la maggior parte delle volte quando devo iniziare a tracciare le idee per una nuova storia, condensando al suo interno tutti i pensieri che mi vengono in mente per realizzare un racconto il più coinvolgente possibile. Quelli che vedete sono gli appunti della seconda avventura del personaggio, già pubblicata, quindi non corro il rischio di rivelarvi a cosa sto pensando nelle pagine successive per il futuro di Frank (eh eh).


    

lunedì 10 giugno 2013

Film da vedere: Obiettivo Burma (1945) di Raoul Walsh

Seconda Guerra Mondiale: Birmania, un plotone di paracdautisti americani, comandati dal Capitano Nelson (Errol Flynn), viene inviato a distruggere una stazione radar giapponese mimetizzata nella giungla ma, compiuta la facile missione, non possono essere recuperati dall'aviazione per via di un imponente plotone giapponese che sta alle loro costole.

Inseguiti e braccati, feriti e decimati, iniziano una fuga disperata attraverso la giungla birmana in cui si incroceranno dubbi e speranze, illusioni e delusioni.
Obiettivo Burma è uno dei migliori film del regista Raoul Walsh e tra i capolavori del genere bellico, summa degli argomenti del regista già analizzati in altre pellicole come L'avventura Impossibile (sempre con Flynn): la guerra come tragedia e ricerca della sopravvivenza, visualizzata attraverso i comportamenti di soldati che non nascondono la loro umanità e quindi le loro debolezze, le loro paure.
Paure che affiorano lentamente grazie a una tensione narrativa perfettamente dosata nel corso della pellicola, attraverso piccoli ma tesi episodi che raffigurano il quadro di una tragica gara contro tutto e tutti, in cui sono i volti dei personaggi a dichiarare allo spettatore quali siano le emozioni che in quell'istante muovono i protagonisti: volti come quello dello sconcerto nell'apprendere che non saranno recuperati, della confusione nello scappare dai giapponesi che li inseguono senza sosta e infine del dolore che muove la figura di un soldato, quando uno degli aerei mandati per capire se siano ancora in vita passa sopra di loro senza notarli nonostante i segnali con lo specchietto fatti dal capitano in quella che appare come la morte della speranza e delle poche possibilità di sopravvivenza.
In questo frangente, in cui la giungla (fotografata in maniera magistrale da James Hong Howe) diviene un altro dei protagionisti di questo dramma bellico, immobile testimone nell'osservare la corsa contro la morte del capitano Nelson e dei suoi uomini, ci sono anche spazi in cui la tragedia viene momentaneamente accantonata ed in cui i vari personaggi si confessano mostrandosi in tutta la loro interezza, in cui ognuno di loro - grazie alla sapienza degli sceneggiatori (Walsh Bessie, Ranald McDougall e Lester Cole) nel bilanciare i ruoli - dimostra la coralità di questa pellicola: una coralità che ne fa la sua forza primaria.
Merito questo di un cast semplicemente perfetto a partire dallo stoico capitano Nelson, un Errol Flynn semplicemente grandioso in una delle sue migliori interpretazioni, il quale delinea un ufficiale che deve mantenere la propria razionalità e allo stesso tempo riuscire a salvare i suoi uomini mentre intorno a lui si svolgono e si concludono, a volte tragicamente, piccole storie di giovani soldati desiderosi solo di tornare a casa.
Raccoglitore di queste storie di vita ed altra figura centrale del film - usata da Walsh più per fini propagandistici (il film fu girato nel 1945, quando ancora il conflitto non era giunto a una conclusione) - è quella dell'anziano corrispondente di guerra interpretato da Henry Hull, testimone anch'esso della crudeltà umana quando assieme al capitano Nelson trova i corpi mutilati di alcuni dei paracadutisti che si erano divisi dal gruppo nel tentativo di confondere gli inseguitori.

In questa sequenza - in cui i corpi dilaniati non vengono mai mostrati - il regista preferisce trasmettere l'orrore della scoperta tramite gli sguardi shockati dei commilitoni, soprattutto di un attonito Errol Flynn, il quale rinviene il corpo ancora in vita di un suo compagno e amico - il tenente Jacbos (William Prince) - che con voce straziata lo supplica di ucciderlo dopo essere stato ferocemente torturato dai giapponesi.
E' in queste scene che la pellicola tocca il suo apice di drammaticità, una drammaticità cruda che ne fa ancora oggi uno dei capisaldi del genere bellico e che, nell'ultima frase del protagonista ("Ecco quel che è costato") a un superiore mentre gli mostra le piastrine e al suo doloroso primo piano in cui questi si guarda indietro (come per ricordare ancora una volta la tragica avventura appena conclusasi e coloro che non ce l'hanno fatta), racchiude tutta la forza emozionale di una pellicola tesa e vibrante sino alla fine.      
  
      

Benvenuti al Coffee Bean

Fare un altro blog? Perchè no? Era da un pò che ci pensavo. Un blog personale, più terra terra e più mio. Un blog dove esternare le mie opinioni su quello che leggo, quello che vedo, quello che sento. Ci avevo già provato un paio di anni fa, con un titolo simile a quello di questo piccolo, nuovo blog attuale.

Il Coffee Bean non è solo un riferimento esplicito a uno dei più famosi ritrovi di Peter Parker nei primi anni della sua avventura fumettistica, ma anche un invito a visitare un blog dove fare quattro chiacchiere insieme e, perchè no, immaginando di sederci a un tavolo e bere un caffettino o qualche bibita proprio come facevano Harry, Peter e Flash mentre Gwen e MJ ballavano come delle pazze davanti a un jukebox.

Quindi...Benvenuti al Coffee Bean.